Economia 21 aprile 2026 Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, è venuta a galla la vulnerabilità dell’Ue. Che però non è una novità, ma frutto di scelte politiche e industriali Ansa Nessuno era preparato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui abitualmente transita circa un quinto del petrolio trasportato via nave nel mondo e una quota rilevante di gas naturale liquefatto (GNL). Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA), con il blocco dello stretto, nel mercato globale sono venuti a mancare circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno: vale a dire che poco meno di un decimo dell’offerta mondiale di greggio è venuta meno in poche settimane.

L’Asia è la regione più colpita, perché oltre l’80 per cento delle petroliere in partenza da Hormuz era diretto verso Est. L’Europa, invece, soffre soprattutto sul fronte dei carburanti: nel 2024 circa il 10 per cento del gasolio e quasi il 30 per cento del cherosene per aerei consumati nel continente arrivavano dall’estero, per lo più dal Medio Oriente e dall’Asia.

Ma perché l’Europa è così vulnerabile sul fronte energetico? E perché è stata colta impreparata dalla nuova crisi nel Golfo Persico? Le cause sono molteplici, ma sono soprattutto il risultato di una serie di scelte politiche e industriali.La raffinazione in Europa Uno dei principali fattori dietro alla debolezza dell’Europa nel campo energetico è il calo della capacità di raffinazione. Nel nostro continente operano sempre meno raffinerie, e questo ha aumentato la dipendenza dall’estero per alcuni prodotti petroliferi. Il caso più evidente è quello del jet fuel, il carburante per gli aerei. Oggi circa metà delle importazioni europee di cherosene arriva dal Medio Oriente, ma secondo i dati di FuelsEurope, l’associazione europea dei produttori di carburante, fino al 2000 l’Unione europea era autosufficiente in questo comparto. Da allora, però, la produzione interna è rimasta ferma, mentre i consumi sono cresciuti grazie all’espansione del traffico aereo.