Con la riapertura dello stretto di Hormuz, la crisi energetica non sarà immediatamente risolta. Ci vorrà del tempo per riprendersi. E viene da chiedersi: avendo già vissuto uno shock di questo tipo con la guerra in Ucraina, come mai siamo arrivati così impreparati al conflitto nel Golfo?
Come è possibile che un canale largo poco più di una trentina di chilometri abbia potuto tenere sotto scacco l’economia globale? Come siamo arrivati a dipendere in questo modo dallo stretto di Hormuz, un passaggio fuori dal nostro controllo, che dal giorno alla notte può essere messo fuori uso, con conseguenze catastrofiche per il resto del mondo?
Nel memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran, si stabilisce che per 60 giorni sarà garantita la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. Ma dopo i Pasdaran potranno negoziare con gli altri attori del Golfo la possibilità di richiedere dei pedaggi e di dirigere il traffico in quelle acque. Di fatto Teheran cerca di accaparrarsi il controllo perpetuo dello stretto di Hormuz, che è rimasto chiuso e minato per tutta la durata della guerra. Ma la partita per il controllo di questo canale non è iniziata a febbraio 2026, ma molto prima. Perché è così importante controllare lo stretto di Hormuz? Lo stretto di Hormuz è l’unica via per passare dal Golfo Persico al mare aperto, all’oceano. Oggi è una rotta fondamentale per i carburanti, circa un quinto del petrolio globale passa da lì. Ma non solo: è anche uno dei canali commerciali principali per i fertilizzanti e altri elementi chimici come lo zolfo, strategico nella produzione di batterie e chip.













