Mentre sul piano diplomatico si parla di “riapertura”, la realtà operativa nel Golfo Persico racconta tutt’altro: nello Stretto di Hormuz quasi 500 unità, tra cui circa 220 petroliere, sono ferme da settimane, immobilizzando la vita di circa 20.000 lavoratori del mare.
In quello che è considerato il collo di bottiglia più sensibile e strategico del pianeta, la fine formale del blocco non ha coinciso con un effettivo ripristino delle condizioni di sicurezza.
A bordo si razionano i viveri, le sale macchine procedono a fatica con personale esausto e gli equipaggi osservano un traffico commerciale ancora paralizzato.
Dietro l’andamento dei prezzi del greggio si consuma un’emergenza umanitaria che le agenzie delle Nazioni Unite definiscono senza precedenti dal secondo dopoguerra.
I marittimi operano sotto un fortissimo stress psicologico, tra allarmi, avvistamenti di droni o missili e l’incertezza assoluta sul rientro a casa.







