La crisi di Hormuz, con la chiusura di uno dei principali corridoi marittimi ed energetici globali, rappresenta un ulteriore wake-up call per tutti i paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di commodity energetiche, ma non solo. In un contesto di destabilizzazione regionale, e di poca visibilità sulla durata delle ostilità, risulta difficile fare previsioni. Quello che è certo, invece, è che la chiusura dello Stretto cambia alcune assunzioni importanti, che nei mesi precedenti l’operazione “Epic Fury” avevano influenzato le aspettative per il mercato globale del gas naturale liquefatto (Gnl). Nel 2025, il Qatar rappresentava circa il 4% della produzione di gas a livello mondiale: tuttavia, la sua centralità nei mercati globali è cresciuta proprio per essere entrato, insieme agli Stati Uniti, con grandi investimenti infrastrutturali nell’industria del Gnl[1]. Secondo le stime dell’International Energy Agency (Iea), nonostante una crescita modesta nei consumi di gas a livello mondiale nel 2025 le previsioni sull’aggiunta di capacità per l’esportazione di Gnl erano più che positive: solo Stati Uniti e Qatar sarebbero stati responsabili del 70% della crescita di liquefazione (300 bcm/a) prevista entro il 2030 a livello mondiale. Un’espansione senza precedenti che, insieme a quella di altri hub come Australia e Africa occidentale, consolida il peso sempre più crescente – sui volumi, ma soprattutto sui prezzi – del Gnl negli equilibri energetici mondiali[2].