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Tra il 22 e il 24 luglio 2026 soltanto tre navi commerciali al giorno hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, secondo i dati della società di analisi Kpler. Tra il 7 giugno e il 7 luglio, un periodo che ha compreso anche la tregua temporanea tra Stati Uniti e Iran, la media era stata di circa 45 attraversamenti giornalieri; dopo la ripresa dei combattimenti era già scesa a 13. Hormuz non è quindi del tutto privo di traffico, ma ha perso gran parte della sua normale funzione di collegamento commerciale tra il Golfo Persico e i mercati mondiali.
L’escalation militare ha messo in evidenza che non è necessario chiudere fisicamente lo Stretto per renderlo impraticabile dal punto di vista economico. È sufficiente il rischio di un attacco, con le conseguenze per il carico e l’equipaggio, oppure l’incertezza di riuscire a completare il viaggio, perché armatori e proprietari dei carichi decidano di rinviare le partenze o di scegliere rotte molto più lunghe e costose.
Questo traffico a singhiozzo, tuttavia, non ha le stesse conseguenze per tutti i produttori del Golfo. L’Arabia Saudita sfrutta l’oleodotto Petroline che taglia il deserto portando il petrolio fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Gli Emirati Arabi Uniti, invece, possono caricare parte del greggio a Fujairah, nel Golfo di Oman, e raggiungere l’Oceano Indiano senza attraversare Hormuz. Iran e Iraq sono molto più limitati, mentre Kuwait e Qatar sono quasi del tutto dipendenti da Hormuz. Per il Qatar la vulnerabilità riguarda soprattutto le esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL).






