«Lo Stretto di Hormuz è aperto, colpendomo solo navi americane e israeliane, Paesi responsabili dell'attacco al nostro Paese». A provare a rassicurare il mondo sull'apertura del canale da cui passa il 20% del commercio globale ieri è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi.
Eppure, come confermato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, lo Stretto continua ad essere «sostanzialmente chiuso». Di fatto quasi nessuna nave vuole attraversarlo (ieri ne sono passate appena due-tre), per paura di finire comunque sotto il fuoco incrociato e visto il costo alle stelle delle assicurazioni per le imbarcazioni.
Proprio per le difficoltà di transito nel canale ea seguito degli attacchi dell'Iran contro il Paese, il Kuwait, tramite la sua compagnia petrolifera nazionale, e la compagnia petrolifera emiratina Adnoc, hanno annunciato ieri una riduzione precauzionale della produzione e della raffinazione del greggio. Un altro stop, dopo il possibile freno del Qatar all'export dei suoi beni energetici, destinato a colpire ancora i mercati alla riapertura dei listini di domani. Una situazione, questa, che spaventa analisti e investitori.
Dall’inizio della crisi, a fine febbraio, il valore del Brent è salito del 29% (passando da 72 a 93 dollari al barile), mentre il prezzo del metano al Ttf di Amsterdam è salito del 67% (da 32 a 53 euro al megawattora). Ora si prevede una nuova fiammata per entrambi (anche, rispettivamente, oltre quota 100 e 60).









