Garantire la chiusura dello Stretto di Hormuz è la prima minaccia ufficiale da leader supremo di Mojtaba Khamenei. La brandisce come l’arma più potente, non a caso, per disinnescare il salvagente lanciato dal G7 con le riserve strategiche di greggio, ma anche le promesse di nuove produzioni offshore di petrolio in California fatte da Trump e, ancora, tutti i tentativi del tycoon di calmierare con i suoi annunci un petrolio tornato ieri oltre quota 100 dollari al barile. Ma come mai di fronte alla strozzatura di fatto del 20% del petrolio globale e di fronte a una crisi che l’Agenzia Internazionale per l’Energia, l’Iea, non ha esitato a definire «la peggiore crisi petrolifera di sempre», il prezzo del Brent si è fermato a oscillare su un rincaro del 40% rispetto ai prezzi pre-guerra senza andare davvero alle stelle? Vista dai mercati, ma anche da osservatori navigati che si trovano in acque inesplorate la risposta è proprio nel paradosso dello Stretto di Hormuz. «È impossibile chiudere lo Stretto di Hormuz», è questa l’opzione “Put” (qualcuno l’ha già battezzata la “Trump Put”) che almeno finora ha evitato di vedere decollare le quotazioni del petrolio a livelli mai toccati nemmeno subito dopo l’avvio della guerra in Ucraina (quando aveva superato 147 dollari al barile). Dunque, la chiusura reale dello Stretto, estesa a due o tre mesi, è semplicemente considerata uno scenario così devastante, e per questo inimmaginabile, da non essere preso in considerazione più di tanto nemmeno dalla speculazione più aggressiva. È una questione di tempo: «Questa crisi, e in particolare la strozzatura nello Stretto, non può durare più tanto», si dice. Non è concepibile uno scenario prolungato, almeno per ora.
Hormuz, si può chiudere lo Stretto? La paura dello stop alle navi. Ma i flussi verso la Cina restano
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