Come in un domino la guerra Usa - Iran manda in crisi mezzo mondo. La destabilizzazione corre su ondate circolari, alla stregua dei terremoti. L’epicentro è il Golfo persico, lo sciame sismico si abbatte sulle monarchie arabe, le scosse si sentono molto lontano. Il transito dei mercantili per Hormuz è fermo. I prezzi dei carburanti risalgono. Lo stretto di Bab el-Mandeb, porta d’accesso al Mediterraneo, è stato dichiarato bloccato dagli Houthi, proxy di Teheran. E c’è una regione che paga dazio, più di altre: il Nord Africa. Le sue deboli economie sono legate a doppio filo ai sultanati. Il che avvita l’area in un intreccio di fragilità.

Egitto e Tunisia vivono in affanno finanziario: ogni colpo dei Pasdaran ai terminal energetici colloca un macigno sui loro bilanci. Questi paesi, infatti, dipendono dall’import, sono vincolati ai flussi esterni di valuta e richiedono sempre più energia. Quando Tel Aviv ha deciso di razionare l’export di gas per mettersi al riparo dai contraccolpi del conflitto, Il Cairo è stato costretto a rivolgersi al mercato spot e ai libici per avere energia. Ha persino interrotto la corrente nelle città, dopo le 21:00.

Tunisi, invece, dal giorno dell’invasione dell’Ucraina combatte ogni mattina per drenare valuta, così da garantirsi l’import mensile di base e rimborsare i prestiti. Ma il suo bilancio è tarato su un costo del greggio di 63 dollari al barile. Con quotazioni oltre i 100, le riserve sono andate in rosso e pure il governo di Cartagine ha dovuto chiedere prestiti energetici ai vicini. La sua industria di fosfati è finita in sofferenza; nonostante sia strategica, dipende dalle importazioni.