La guerra in Iran prosegue tra incertezze e i lamenti dei mercati, orfani di una temporanea tregua mal digerita e ora sfumata. Dagli Stati Uniti arrivano messaggi contrastanti. Due giorni fa, Donald Trump ha detto che sull’Iran sta «valutando un attacco massiccio. Più grande di quanto non sia mai stato fatto prima. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo tutti pronti».
Proprio tutti no, in realtà. Con il blocco dello Stretto di Hormuz che è tornato nei fatti, i flussi di energia verso l’Occidente e l’Asia si sono fermati di nuovo, con la minaccia aggiuntiva degli Huthi, telecomandati da Teheran, che nel Mar Rosso hanno attaccato due petroliere saudite. Lo stretto di Bab el-Mandeb vede già un traffico ridotto da un paio d’anni, e ora i rischi aumentano.
Ieri il prezzo del gas al Ttf è salito a 62,8 €/MWh, cioè quasi il 50% in più in trenta giorni, il 42% nel solo luglio e il 91% su base annua. Numeri forti. Il prezzo si riferisce alle consegne di agosto, molto ambite perché occorre riempire gli stoccaggi durante ciò che resta dell’estate. Il riempimento europeo quest’anno è in grave ritardo, di nuovo, lungo il cerchio del tempo, per colpa della Germania, che è arrivata al termine della scorsa stagione invernale con i serbatoi troppo vuoti e ha tardato a ricostituire le scorte. Il livello europeo è al 54%, 1 punti sotto la norma stagionale e al secondo livello più basso degli ultimi 15 anni. Al ritmo attuale di iniezione la traiettoria porta poco sotto il 78% al 1° novembre, cioè sotto quell’obiettivo dell’80% che Bruxelles ha già dovuto ammorbidire rispetto al 90% originario. La Germania si trova al 45% di riempimento, un numero peggiore di quello della fatidica estate 2021, quando il prezzo, da lì in avanti, salì per un anno intero fino al culmine degli oltre 340 €/MWh.













