Tra via Italo Svevo e via Alfredo Panzini al Pilastro, un viale alberato di palazzoni gialli e rossi costruiti negli anni sessanta nella periferia nordest di Bologna, il traffico ha ricominciato a scorrere normalmente, ma la ferita aperta dalla morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta davanti ad alcuni garage intorno all’ora di pranzo di domenica 19 luglio continua a fare male.

Gli abitanti del quartiere arrivano a qualsiasi ora, come in pellegrinaggio, per vedere il punto in cui è stato girato il video che ha mostrato due agenti che fermavano l’uomo spingendolo a terra, sotto lo sguardo di quattro operatori sanitari. Le immagini hanno sconvolto il quartiere e hanno fatto il giro del mondo, scatenando le reazioni anche del governo marocchino. Gli abitanti portano fiori, sotto a uno striscione bianco che è stato appeso su un parapetto in cui c’è scritto: “Verità e giustizia per Fakir”.

Fakir non abitava al Pilastro, ma ci andava spesso a trovare i familiari. La notte prima della sua morte aveva dormito nel quartiere, diventato il simbolo della presenza delle comunità immigrate a Bologna. Costruito per ospitare i migranti interni italiani, arrivati in città dalle campagne e dal sud dell’Italia negli anni sessanta, il Pilastro è diventato anche il luogo in cui si sono insediate le famiglie di stranieri, arrivate a Bologna a partire dagli anni novanta.