di
Alessandro Fulloni
Il cognato dell'uomo morto a Bologna: «L'avevo cresciuto io. Un piccolissimo precedente una ventina di anni fa, ma poi si era messo in riga»
DAL NOSTRO INVIATO Bologna Ore 20 e 30 circa. Qui all’incrocio tra via Svevo e via Panzini, cuore del Pilastro, si sono radunate circa 300 persone, forse di più. Italiani, gente dai centri sociali. Soprattutto nordafricani scesi dai palazzoni. Alcuni indossano maglie della nazionale del Marocco, si vedono pure casacche del Bologna e della Juve. Da un altoparlante, giunge una nenia, un passo funebre del Corano. La manifestazione per Abderrahim Fakir, 42 anni, permesso di soggiorno regolare, morto verso mezzogiorno nel cortile dall’altra parte della strada, comincia quando un uomo sulla sessantina chiede di alzare il pugno e scandire il nome della vittima. Gli striscioni che campeggiano sui cancelli descrivono l’atmosfera: «Verità e giustizia per Fakir, lo Stato uccide».
Si tocca la tensione quando alcuni giovani della sinistra antagonista cercano di allontanare una troupe Mediaset.Al che un giovane arabo li avvicina, e a brutto muso dice loro: «Ma perché li volete mandare via? Guardate che i familiari di Abderrahim vogliono parlare con la stampa...».










