di Giuseppe Scuotri

La docente di Religioni e mitologia del mondo classico all’Università Statale di Milano: «Diversi momenti del poema ruotano attorno alla tavola: ci raccontano la mentalità dell'antica Grecia»

Un'alimentazione basata su carne, pesce e materie prime del bacino del Mediterraneo. E codici sociali precisi che scandiscono la cucina e l'ospitalità. Quella che traspare dall'Odissea - il poema riportato al cinema in questi giorni dal regista Christopher Nolan -, è una società che si approccia al cibo e alla convivialità con una mentalità raffinata che, al netto di omissioni e modifiche di sceneggiatura, traspare anche nella pellicola. Se l'opera omerica non può intendersi come uno spaccato fedele di un'epoca storica precisa, è sicuramente una finestra su un modo di intendere il mondo della civiltà da cui questa scaturì.

«Se dobbiamo guardare ai cibi a disposizione, il mondo omerico si nutriva generalmente di focacce, sia salate sia dolci, frutta (soprattutto mele, pere e melograni), formaggi, latte, grandi grigliate di animali e, naturalmente, tantissimo pesce», spiega Silvia Romani, docente di Religioni e mitologia del mondo classico all’Università Statale di Milano.

Ma quel che emerge dal poema è più di un elenco di pietanze. Sono diversi gli episodi che ruotano attorno al cibo e restituiscono il forte valore culturale che la tavola e la sua liturgia avevano nella Grecia antica: «I due momenti a mio avviso più significativi, dal punto di vista del cibo, sono l'episodio del ciclope Polifemo e il banchetto alla corte dei Feaci del re Alcinoo. In modi opposti, mostrano come il cibo facesse parte di un sistema che era prima di tutto simbolico, che prevede un preciso codice di civiltà e c'entra tantissimo con il concetto di cottura e con l'ospitalità. Secondo questa mentalità - sottolinea l'esperta -, gli esseri umani civili mangiano cibo cotto, presumibilmente nella maggior parte dei casi si trattava di grigliate, come accade alla corte di Alcinoo. Chi civile non era, invece, mangiava solo cibo crudo. È questo il caso del ciclope, che viveva da pastore e, quindi, produceva favolosi formaggi e beveva latte, ma non conosceva la carne cotta e divora i compagni di Odisseo da vivi».Un modo di pensare e intendere la convivialità che toccava anche il vino: «Nell'antichità greca, così come nell’Odissea, il vino non era bevuto puro, ma sempre tagliato con l’acqua, di solito in proporzione uno a sette - afferma Romani -. Addirittura, pare di intuire che nel poema la proporzione sia di uno a venti, anche se sembra inverosimile accadesse davvero. Si tratta, in ogni caso, di un altro codice di civiltà molto preciso. Da un lato questo si lega, ed è attestato, al fatto che il vino fosse diverso da quello che beviamo oggi: aveva un tasso di acidità altissimo, era quasi imbevibile in purezza. Dall'altro, l'ubriachezza estrema era considerata dai greci come un’esperienza sconveniente, vicina alla morte. Anche in questo caso, i Feaci sono presentati come “civili”: servono il vino tagliato, su una tavola ben apparecchiata e con un vettovagliamento ricco. Polifemo, invece, non lo fa. Quando Odisseo, fingendo di fargli un regalo, gli offre il vino che aveva preso dai Ciconi, lo beve puro e si ubriaca subito. È un dettaglio che si vede anche in Nolan, anche se non restituisce la carica simbolica che ha nel poema».Non bisogna, tuttavia, pensare che quanto riportato nell’Odissea sia necessariamente accurato dal punto di vista storico: «Il problema è che ciò che noi leggiamo nell'Odissea è frutto di una stratificazione culturale - evidenzia la docente -. È idealmente ambientata intorno al XII secolo a.C., quindi nel mondo minoico-miceneo, ma non esiste una “realtà omerica” e, in particolare, non esiste una sola civiltà, uno solo stadio di civiltà che possiamo attribuire al poema. Prima di essere trascritta intorno al VIII secolo, è stata tramandata per via orale per almeno quattro secoli, e gli aedi che la raccontavano nelle piazze aggiungevano alle usanze dei tempi che furono un po’ del loro presente. Possiamo quindi dire che le abitudini alimentari di cui leggiamo appartengono vagamente al periodo dell'Odissea, ma non possiamo essere più precisi. Troviamo anche descrizioni interessanti. Quando Odisseo arriva alla reggia dei Feaci, il poeta dice: “Tutto intorno c'erano giardini di pere e mele, gli ulivi, i fichi, i vigneti, c'era un orto con degli ortaggi”. Sta guardando un mondo e lo sta fotografando, anche se non sappiamo a quale faccia riferimento».Anche nel film di Nolan, pur con i tagli e gli adattamenti del caso rispetto alla storia originale, si trovano riferimenti al sistema di valori legati al cibo: «Uno dei punti fondamentali del lungometraggio è il sistema di civiltà che si basa sull'ospitalità, quella che viene chiamata la xenìa. Parte dell'ospitalità sono il banchetto e l'accoglienza. C’è un momento interessante, in cui Telemaco arriva alla corte di Menelao ed Elena. Menelao gli dice una cosa che nel poema viene attribuita al re dei Feaci: "Siediti al mio fianco, mangiamo", e poi aggiunge: "Se vuoi, il tuo nome dimmelo dopo". Il codice dell’ospitalità prevedeva che non necessariamente l’ospite dovesse dichiarare il suo nome per venire accolto».