Garantire la libertà di espressione a chi vieta la libertà di espressione. È la sintesi perfetta della ribollitura filosofica di aria fritta che il presidente della Biennale di Venezia ha offerto oggi alla stampa, presentando la 83ª Mostra del Cinema che si terrà dal 2 al 12 settembre. Pietrangelo Buttafuoco si è presentato come vittima di una scelta politica, senza rendersi conto – o fingendo di non rendersene conto – che aprire le porte della più prestigiosa istituzione culturale italiana agli artisti sponsorizzati dal regime di Putin, e tenerle sbarrate a chi quel regime perseguita, è esattamente questo: una scelta politica.

Come noto la Commissione europea, tramite l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea), ha deciso di interrompere una sovvenzione di due milioni di euro alla Fondazione Biennale, dopo mesi di lettere e richieste di chiarimento rimaste senza risposta soddisfacente. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen l’aveva anticipato l’11 luglio: «La cultura in Europa, finanziata con il denaro dei contribuenti, dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici. Tali valori non vengono rispettati nella Russia odierna».

Il provvedimento arriva al termine di una vicenda che dura da mesi: la Biennale Arte 2026 ha riaperto il padiglione russo per la prima volta dopo l’invasione dell’Ucraina – nel 2022 furono gli stessi artisti russi a ritirarsi, nel 2024 lo spazio era passato alla Bolivia. Ventidue Paesi dell’Unione hanno firmato una lettera di condanna, il governo italiano – che pure ha nominato Buttafuoco – si è dichiarato contrario, le Pussy Riot sono arrivate a manifestare a seno nudo davanti al padiglione. Buttafuoco ha tenuto la linea, arrivando persino a scomodare, in marzo, la memoria della “Biennale del Dissenso” del 1977 – l’iniziativa di Carlo Ripa di Meana contro la repressione sovietica dei dissidenti – per giustificare la propria apertura al Cremlino di oggi: un cortocircuito storico che meriterebbe da solo un trattato di psicologia politica.