Ieri Repubblica titolava: «Giuli contro Buttafuoco: “Il governo non voleva la Russia alla Biennale”». E il Corriere della sera: «Russia a Venezia, Giuli contro Buttafuoco. Biennale/Il ministro reagisce alla decisione del presidente di aprire al Paese che ha attaccato l’Ucraina». Cos’è successo? Giovedì il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, su Repubblica, ha annunciato così la prossima Biennale d’Arte: «Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia. Tutti». Pure «una rappresentanza di artisti palestinesi» in un evento. Per chi conosce le sue idee personali non è una sorpresa. Ma qua si tratta delle scelte della maggiore istituzione culturale del Paese dopo tutte le polemiche di questi anni sull’ammissione della Russia (o dei russi non-dissidenti) alle manifestazioni pubbliche (come si è visto alle Olimpiadi invernali e alle Paralimpiadi). E Buttafuoco rivendica la scelta: «è politica estera». Perciò l’intervistatore ha chiesto: «Ma a Roma lo sanno?». Risposta: «Certo che lo sanno. Sono consapevoli della libertà e dell’autonomia della Biennale».
Obietta il giornalista: «Ma lei è stato scelto da questa maggioranza». Replica: «Se non ci fosse al governo Giorgia Meloni io non sarei qui». E il ministro Giuli lo sa? «Sì e con il ministro abbiamo un confronto continuo. Mi permetto di portargli souvenir solari, per esempio dalla Mongolia. E siamo pur sempre due lettori di René Guénon». Non sembra che siano bastati i riti solari e l’esoterismo guénoniano, perché il ministero di Giuli ha risposto con una certa durezza: «La partecipazione della Federazione Russa è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano. Come ribadito più volte dal ministro Giuli, l’Italia sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono da oltre quattro anni». Ora la Russia torna alla Biennale con la mostra curata da Anastasiia Karneeva che, spiega il Corriere, è «figlia di un ex generale del Servizio di sicurezza federale».









