Il caso

Luca Sablone

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Improvvisarsi pompiere dopo aver soffiato sul fuoco è un esercizio di ipocrisia. Matteo Lepore è ben allenato. Il sindaco di Bologna prima ha avvertito che «ci saranno altri scontri se le istituzioni non faranno il loro dovere», per poi affrettarsi a garantire che «d’ora in poi non lasceremo più le piazze ai violenti e agli antagonisti». Il caos scatenato dai teppisti dopo la morte di Abderrahim Fakir ha alzato un polverone politico contro il primo cittadino, che ha chiamato a raccolta i cittadini in piazza a poche ore dalla tragedia, senza che ci fosse stato neanche modo di accertare le eventuali responsabilità. La guerriglia urbana non può essere giustificata con la solita manfrina dei «casi isolati che macchiano una buona causa», ma tira in ballo le responsabilità politiche di una certa sinistra che non vuole recidere il cordone ombelicale con le frange violente.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, assicura «tolleranza zero nei confronti di chi pensa di poter sfasciare tutto, di terrorizzare le persone perbene, di trasformare i nostri quartieri in zone franche». E se la prende con Lepore: «Era evidente che quella scelta sarebbe suonata come una condanna a priori delle Forze dell’Ordine e un ottimo pretesto per i soliti noti dei centri sociali e del mondo antagonista di mettere a ferro e fuoco Bologna, alimentare lo scontro sociale, aggredire la Polizia e seminare violenza in città». Anche Matteo Salvini va all’attacco, accusando il sindaco di non aver dato il via libera al taser: «Mi risulta che non abbia permesso ai suoi agenti della polizia locale di dotarsi della pistola a impulsi elettrici».