Sulla morte di Abderrahim Fakir, avvenuta a Bologna domenica mentre due agenti di polizia lo stavano immobilizzando a terra, sta indagando la procura di Bologna insieme alla squadra mobile, l’unità investigativa della polizia di stato. L’inchiesta è stata aperta per omicidio colposo e coinvolge i due agenti e quattro operatori sanitari che hanno assistito alla scena: formalmente nessuno di loro è indagato per via di una nuova norma voluta dal governo, che comunque non impedisce ai magistrati di fare approfondimenti sulla loro condotta in modo del tutto simile a quello che avviene normalmente per una persona indagata.

Per farla breve, la polizia sta indagando su azioni compiute dalla polizia.

Lunedì sera l’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta i familiari di Fakir, ha detto che le indagini avrebbero dovuto essere fatte «da un corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte». L’idea alla base di questa dichiarazione è che indagini condotte da altre forze dell’ordine garantirebbero quantomeno più indipendenza e imparzialità rispetto a quelle fatte dalla polizia sulla polizia stessa.

In Italia non c’è una legge che obbliga il pubblico ministero, il magistrato responsabile delle indagini, ad affidare le attività di indagine a certe forze dell’ordine piuttosto che ad altre, nemmeno in casi simili a quello di Fakir. La questione dell’indipendenza e dell’imparzialità delle indagini è però emersa in varie sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) su casi italiani e di altri paesi. Queste sentenze hanno fissato dei principi nella giurisprudenza internazionale, che offrono importanti parametri interpretativi anche per i giudici italiani, sebbene lascino margini di discrezionalità.