Il ritorno delle grandi compagnie occidentali nel settore energetico iracheno non rappresenta solo una nuova stagione di investimenti petroliferi, ma un passaggio geopolitico destinato a modificare gli equilibri del Medio Oriente. Gli accordi annunciati a Washington la settimana scorsa mostrano la volontà di Baghdad di trasformare la propria ricchezza energetica in uno strumento di autonomia strategica, riducendo la dipendenza dai terminal del Golfo e dallo Stretto di Hormuz. Al centro della partita ci sono petrolio, infrastrutture e influenza internazionale. Chevron, ConocoPhillips, BP, ExxonMobil e TotalEnergies sono protagoniste di un possibile nuovo ciclo occidentale in Iraq, dopo anni nei quali la presenza cinese aveva assunto un ruolo crescente nella produzione, nei servizi e nell’acquisto del greggio iracheno.
La sfida per Baghdad è però più complessa di un semplice cambio di partner: l’obiettivo è mantenere un equilibrio tra Stati Uniti, Cina, Iran, Turchia e Paesi del Golfo. Il pacchetto di accordi siglato durante il summit economico Usa-Iraq del 17 luglio, con un valore complessivo superiore ai sessanta miliardi di dollari considerando diversi settori, ha avuto nell’energia il suo elemento più strategico.










