Il dibattito sulla carne continua a oscillare tra condanna e difesa identitaria. Da un lato l’impatto ambientale, dall’altro il valore nutrizionale e culturale. In mezzo, una filiera che sta cambiando più rapidamente di quanto il racconto pubblico riesca a cogliere. La zootecnia è oggi sotto pressione per ragioni evidenti: le emissioni climalteranti, in particolare il metano dei ruminanti e la gestione dei reflui, rappresentano un nodo critico. Allo stesso tempo, la domanda globale di proteine animali cresce, spinta da popolazione e reddito. Due traiettorie che non si incontrano facilmente e che rendono il tema strutturale, non contingente. In questo scenario, il caso italiano introduce elementi di complessità. Le performance ambientali risultano migliori rispetto alla media globale e alcune pratiche mostrano margini di miglioramento concreti. Non si tratta di negare l’impatto, ma di leggerlo in modo differenziato, evitando generalizzazioni che impediscono di intervenire in modo efficace.
Il cambiamento si gioca su più livelli: il primo è agronomico. Intervenire su alimentazione animale, gestione del suolo e fertilizzazione consente di ridurre le emissioni già nella fase primaria. Le sperimentazioni dimostrano che produttività e sostenibilità possono convivere, a patto di ripensare i modelli tecnici e non limitarsi a correggerli. Il secondo livello riguarda l’energia: gli allevamenti stanno diventando sempre più spesso produttori oltre che utilizzatori. Il biogas e il biometano trasformano i reflui in risorsa, inserendo la zootecnia in una logica circolare. Non è solo una questione ambientale, ma economica. Diversificare le entrate significa aumentare la resilienza delle aziende agricole.






