Il segreto del successo della famiglia Cerea “Da Vittorio” si rivela inaspettatamente durante la gran festa per i sessant’anni dalla fondazione, ieri sera alla Cantalupa di Brusaporto, neoi pressi di Bergamo, quando la signora Bruna, elegantissima con un abito dritto a décolleté di tulle ricamato di cristalli, si china nella leggerezza dei suoi ottant’anni a raccogliere il foulard di un’ospite scivolato a terra e alla signora imbarazzatissima per essere arrivata sul capo in seconda battuta rispetto a quella donna piccola e agilissima che nemmeno sfoggia la spilletta di cavaliere del lavoro, ribatte che per lei l’ospitalità è sacra, se si stia divertendo e grazie davvero di esserci.Decisamente, la legge di Zeus che il mondo ha scoperto l’altro ieri col film di Nolan alligna ancora da qualche parte, e spiega anche il motivo per il quale, archiviati gli aneddoti un po’ guasconi raccontati da Chicco Cerea nei giorni scorsi al Corriere sul numero di cannoncini alla crema ingollati da Barack Obama e i bis di risotto della regina Elisabetta, il piccolo ristorante aperto da Vittorio Cerea nei primi Anni Sessanta attorno a un’intuizione geniale – portare il pesce fresco a genti abituate nel migliore dei casi allo stracotto della domenica, polenta de rigueur - sia diventato quello che si dice un “piccolo impero” da 120 milioni di fatturato e 1.400 collaboratori, dunque neanche troppo piccolo.Poco meno della metà della cifra sono originati dalla “ristorazione esterna”, come i Cerea chiamano il catering, un po’ per eleganza (l’inglese a tutti i costi è diventato il segno di riconoscimento di quelli che sul curriculum segnalano l’università della strada), un po’ per segnalare che le tre stelle Michelin valgono anche per i paccheri, piatto di riferimento della famiglia al punto da essere stato declinato da oggi in poi in dolce “a imitazione di”: cioccolato bianco e salsa di fragole. E che la “ristorazione esterna” sia diventato uno dei punti di forza di Vittorio, insieme con tutte le sue sigle derivate, i suoi piani strategici e le sue collaborazioni, Esselunga inclusa, è apparso evidente anche dal numero di imprenditori, manager, docenti universitari ed esponenti del mondo calcistico accorsi a godersi le oltre quaranta isole gastronomiche disseminate lungo i principali spazi della tenuta, il concerto della Filarmonica di Milano e un’infinita serie di attrazioni, modello Paese di Bengodi boccaccesco, con rivoli effettivi di panzerotti, maccheroni, pesce e verdure preparati dai migliori chef italiani di strada e non. Abbiamo visto il presidente di Milano Unica Ercole Botto Poala riempirsi il piatto di costine, la pr dell’eleganza Antonella Asnaghi attendere trepidante in fila un panzerotto, in genere tutti i mille ospiti lamentarsi della propria debolezza di fronte alle ghiottonerie e alla prova provata che la moda, di cui Vittorio è da decenni ristoratore di riferimento per ogni evento, sfilata e cena, mangia e anche a quattro palmenti appena gliene sia offerta l’occasione e la scusa. Abbiamo visto e notato anche molto altro. Per esempio, l’intesa fra Remo Ruffini, entrato di recente nel capitale di Vittorio con Our Group e forte di risultati del gruppo Moncler per il primo semestre in crescita del 9 per cento a 1,29 milioni e Silvio Campara di Golden Goose, il gruppo dei prof bocconiani capitanati da Maurizio Dallocchio e quello dei grandi vignaioli guidati da Lamberto Frescobaldi e Vittorio Moretti con la figlia Carmen, neo-vicepresidente di Altagamma, l’affetto di Davide Oldani per quelli che dovrebbero essere i suoi concorrenti, ma anche lo charme sottotono di Pier Luigi Loro Piana. Anche lui, come la signora Bruna, del tutto esente dal bisogno di farsi notare o riconoscere. Di tutti i nomi indicati in queste righe, non se n’è trovato uno nel comunicato ufficiale del giorno successivo. A differenza, ahinoi, di quanto fa la moda, anche per una cena di venti persone.