Per Donald Trump doveva essere l'estate della Coppa del Mondo e del golf a Mar-a-Lago. E invece i mesi caldi del suo secondo anno alla Casa Bianca saranno ricordati come quelli della guerra senza fine in Iran e del ritorno dei dazi. Trump sarebbe pronto a imporre tariffe del 10% nei confronti di almeno 60 Paesi, nonostante diversi consiglieri economici gli abbiano detto di non farlo per «evitare lo shock economico della sua prima guerra commerciale in vista delle elezioni di midterm», scrive il Financial Times. Questo 10% è solo provvisorio, visto che i legali dell'amministrazione stanno cercando altre leggi che possano dare al presidente l'autorità legale per imporre dazi ancora più alti. Venerdì scadrà il periodo garantito dalla Section 122 del Trade Act del 1974 che l'amministrazione aveva usato per mantenere dazi universali del 10% su tutta la merce in ingresso negli Stati Uniti. La decisione, o meglio l'escamotage, era stata presa dagli esperti del dipartimento del Commercio dopo che a febbraio la Corte Suprema aveva bloccato le tariffe imposte da Trump il 2 aprile del 2025 nel «liberation day». Ora, secondo quanto ha confermato il rappresentante del Commercio, Jamieson Greer, una nuova serie di tariffe sarebbe in arrivo, visto che le speranze che il Congresso voti per prolungare la Section 122 sono molto basse. «Ci aspettiamo di fare un annuncio presto», ha detto Greer a Cnbc, ricordando che non può essere specifico perché prima «deve parlarne con il Congresso». In questi mesi infatti gli esperti di commercio e tariffe della Casa Bianca hanno scavato tra le migliaia di pagine di leggi ed eccezioni per trovare un modo per mantenere i costi in ingresso per le importazioni negli Stati Uniti, seguendo in modo quasi religioso le parole di Trump: «I dazi sono la mia parola preferita». Il problema è che il presidente ha moltissimi problemi da affrontare per riuscire a trovare il tempo necessario a un annuncio ufficiale sui dazi: c'è infatti la guerra, l'economia che non funziona, il malcontento dei suoi elettori e i sondaggi che vedono il partito repubblicano affondare alle elezioni di midterm di novembre. Già a giugno Greer aveva proposto di usare una legge, la Section 301 dello stesso Trade Act del 1974, per evitare il blocco che inizierà venerdì: questa parte prevede che gli Stati Uniti non possano comprare prodotti da Paesi che sfruttano i lavori forzati per la produzione: «Coprirebbe circa il 99% dei nostri scambi», ha detto Greer, spiegando che imporrebbe tariffe del 12,5% su 60 Paesi. Oltre a questo Washington sta cercando di colpire, sempre con la Section 301, i Paesi che hanno un'eccessiva produzione manifatturiera. Tra questi ci potrebbero essere l'Unione Europea, la Cina, ma anche la Svizzera, la Norvegia, il Messico, il Giappone e l'India.