Bisogna aspettare che cali il buio, per rischiarare la memoria della notte più cupa della nostra storia democratica recente. A 25 anni esatti dall’irruzione delle forze dell’ordine alla Diaz, la scuola diventata simbolo della repressione del G8 di Genova, di quel movimento soffocato nel sangue e di quella sospensione dei diritti che per tre giorni fece dell’Italia un Sudamerica, la commemorazione di quello che è stato passa da un lungo serpentone di fiaccole accese dietro allo striscione “Verità e Giustizia per Genova”.

In mille camminano nelle stesse strade che allora percorsero a velocità folle le camionette e gli agenti delle squadre mobili protagonisti della “macelleria messicana”, la mattanza sui manifestanti che dormivano nella scuola, e il loro passo lento vale una riconquista.

A mettersi in fila sono i reduci di quelle botte e tanti cittadini comuni, i rappresentanti delle istituzioni e giovani militanti, ci sono i testimoni di allora e anche tanti residenti del quartiere. I primi che la sera del 21 di 25 anni fa, - c’è chi racconta in cammino verso la scuola - capirono «cosa stava succedendo davvero, e ci avrebbe cambiato per sempre».

Ci sono poi i figli loro malgrado di quel luglio come Elena Giuliani, la sorella di Carlo, che in questi giorni ha chiesto «un nuovo processo pubblico su quello che è stato il G8 di Genova, perché anche i fatti di questi giorni ci dicono serve ancora». Ci sono alcuni degli avvocati che per anni lavorarono in prima fila per ottenere una verità su quei fatti, ci sono giornalisti e operatori che videro da vicino ogni passo di quel vertice come Giuliano Ravera e attivisti impegnati oggi come allora, come Antonio Bruno.