Jens Spahn in Germania e Mario Roggero in Italia. Bioetica e famiglia da un lato, sicurezza e legittima difesa dall’altro. Due casi molto diversi che raccontano una stessa tensione: la distanza crescente tra la retorica, la propaganda politica e la coerenza delle scelte politiche.

Spahn e la doppia morale

Jens Spahn, omosessuale dichiarato, è ex ministro della Salute e fino a pochi giorni fa capogruppo dell’Unione (Cdu/Csu) al Bundestag. La scorsa settimana aveva comunicato di essere diventato padre insieme a suo marito grazie alla maternità surrogata negli Stati Uniti. La notizia ha creato molte polemiche in quanto il partito a cui aderisce Spahn, la Cdu, nel suo congresso del febbraio 2026, ha ribadito il rifiuto di ogni forma di surrogata. Spahn ha cercato di difendersi spostando il fuoco sulla Vermittlung, cioè sull’intermediazione. In Germania, infatti, la legge non punisce i genitori intenzionali, ma vieta ai medici e agli intermediari di organizzare procedure di gestazione per altri; è questo il cuore dell’Embryonenschutzgesetz e delle norme che vietano la surrogata sul territorio nazionale. Spahn ha ricordato che ogni anno in Germania vengono riconosciuti numerosi bambini nati all’estero tramite surrogata, sulla base di una sentenza del Bundesgerichtshof del 2014: se almeno uno dei genitori è geneticamente legato al minore, la genitorialità può essere trascritta e il figlio gode degli stessi diritti di qualsiasi altro. Spahn ha utilizzato uno spazio giuridico già praticato da altre coppie, rifacendosi al principio che la proibizione riguarda la procedura in Germania, non il ricorso a servizi all’estero. Ma proprio qui sta la contraddizione politica. La stessa persona che ha difeso un divieto assoluto nel proprio Paese – e un partito che vede nella surrogata un attentato alla dignità umana – si è affidato alle asimmetrie del mercato globale della riproduzione per realizzare un progetto familiare che la sua forza politica nega ai cittadini in patria. Si è venuto a creare un problema di credibilità enorme nella misura in cui ciò che si ritiene moralmente e politicamente inaccettabile nel proprio ordinamento diventa improvvisamente accettabile privatamente e semplicemente andando all’estero. Il messaggio è stato di grave incoerenza, ma anche che le regole valgano solo per chi non ha i mezzi economici e sociali per eluderle. La crisi che ne è seguita, culminata nelle dimissioni da capogruppo, mostra quanto sia fragile una morale pubblica che diventa improvvisamente flessibile quando entrano in gioco le scelte personale di chi le enuncia.