La condanna definitiva di Mario Roggero a 14 anni e nove mesi ha sollevato questioni delicate e inquietanti e catturato l’attenzione dell’opinione pubblica in un momento in cui problemi gravi scuotono l’Europa e le guerre non cessano disegnando un presente greve. Il gioielliere, assalito da tre rapinatori, li insegue in strada mentre questi scappano senza armi, ne uccide due e ne ferisce gravemente il terzo prendendolo a calci mentre è a terra. Può ritenersi questa legittima difesa? No, poiché i tre fuggivano, scappavano dopo un’azione non riuscita.

La “legittima difesa” è prevista dall’articolo 52 del Codice penale e recita che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”. Condizione questa che non c’è nel caso che riguarda Roggero. È quello che ha guidato i giudici nell’emettere la loro sentenza di condanna poiché il diritto per fortuna regola e disciplina le contese, le azioni dei cittadini in uno Stato democratico evitando che la violenza individuale o di gruppi prevalga nelle società.

Del resto già nel 1651 Thomas Hobbes, non certo uno scapestrato rivoluzionario, ma un geniale conservatore, col suo Leviatano costruì la sua teoria dello Stato cui gli individui cedevano alcuni loro diritti in cambio di protezione contro la violenza che spesso permeava l’agire degli uomini gli uni contro gli altri. Da questo poi derivarono altre teorie per tutto il Settecento incentrate sul “patto sociale”, il contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau, ad esempio, per una convivenza civile che potesse assicurare lo sviluppo delle società in un intreccio di diritti e doveri che permane ancora oggi. Una tradizione lunga e ricca quindi che si è poi travasata con declinazioni specifiche nelle varie Costituzioni delle nostre democrazie.