14 anni non possono chiudere il dibattito

Anna Gallucci e Gabriele Elia

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La condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione del gioielliere Mario Roggero continua a far discutere. Ciascuno ha il diritto e, anzi, il dovere civico di informarsi e di formarsi in modo consapevole la propria opinione su un tema che non può essere ritenuto appannaggio esclusivo dei giuristi. Il punto centrale della sentenza è che il respingimento dell’intruso può ritenersi giustificato «solo se sia in corso di svolgimento un attacco o il pericolo di un’aggressione all’altrui sfera domestica e alle persone che in essa si trovano e la difesa armata sia necessaria».

Nel caso di Roggero è stato ritenuto che non fosse in corso nessun attacco – i rapinatori, infatti, erano usciti dal negozio – e che non vi fosse neppure alcun altro pericolo di un’aggressione. Tuttavia, al di là della correttezza della sentenza, rimangono molti problemi irrisolti. Il gioielliere, pur avendo colpito i rapinatori quando erano già usciti dal suo negozio, come poteva essere certo che non sarebbero tornati? E come non considerare lo stato di grave turbamento in cui si trova una persona che ha appena subito un grave attacco, esteso alla propria famiglia? Certamente il requisito della proporzionalità tra aggressione e reazione costituisce un punto fermo per valutare ogni reazione difensiva, ma sempre ricordando che «l’aggredito non ha una bilancia in mano». Se a posteriori è facile valutare con freddezza la situazione, non lo è quando la si vive.