di Serena Poli

C’è un’intera parte politica che in queste ore si sta stracciando le vesti per la condanna definitiva a 14 anni di Mario Roggero, il gioielliere che inseguì in strada tre rapinatori in fuga e aprì il fuoco, uccidendone due e ferendone un terzo. Dal ministro Crosetto, solitamente dipinto come l’unico serio della compagnia, fino ai pasdaran della propaganda social, è tutto un coro di richieste di grazia al Quirinale e accuse ai giudici di aver “stravolto la legge”.

Peccato che la legge in questione sia l’articolo del codice penale sulla legittima difesa, modificato nel 2019 da Matteo Salvini e che proprio quelle modifiche siano state applicate alla lettera: la legittima difesa decade in assenza di pericolo attuale e in caso di desistenza (i malviventi erano in fuga). In tutto questo, il ‘povero’ Roggero nemmeno aveva il porto d’armi (revocato anni prima dopo una condanna per aver minacciato con una pistola il fidanzato della figlia e i suoi genitori nel 2005): la pistola in suo possesso poteva essere detenuta e utilizzata solo all’interno della gioielleria.

L’episodio appena citato mette in evidenza un vizio di usare le armi come strumento di giustizia privata e di risoluzione dei conflitti personali, un tratto caratteriale preesistente che nulla ha a che fare con l’esasperazione per le rapine. E tale esasperazione non giustifica comunque l’inseguimento a colpi d’arma da fuoco, i calci in faccia a un morto e il rischio, sparando in strada, di colpire e uccidere anche eventuali passanti.