«Non essendomi allenato da bambino al sorriso, non ho sviluppato una mimica sufficientemente sfumata e articolata. Diventato adulto, un tentativo di sorriso produce in me un risultato inevitabilmente falso, una sorta di ghigno, qualcosa di poco morbido».
Ma sì, a proposito di ghigni gelidi, l’allenamento al sorriso, ecco che cosa manca soprattutto ai piccoli, così come agli adolescenti dei nostri anni. La considerazione, scaturita da una rievocazione del premio Strega Michele Mari dei suoi turbolenti anni di figlio di una famiglia di genitori molto litigiosi, ci trascina a rimarcare il destino di tristezza che abbiamo riservato ai nostri figli.
I quali non ci perdoneranno mai gli anni cupi del Covid, così come gli anni che sono seguiti, di guerre e carestie, straordinariamente tristi, dominati dalla solitudine, dal silenzio e da una incomunicabilità strutturale. Perché questa aridità? E questo deserto di visi senza pieghe? Una sorta di predestinazione sottrae calore alle nuove generazioni, alla ricerca della fonte di vitalità.
Siamo avvolti e dominati da una epoca digitale, eterea ed evanescente, in cui man mano scemano soprattutto il calore del viso a viso, dello scambio di un battito d’occhi, del contatto diretto, del profumo della vita. Siamo in realtà sopraffatti da routine, da relazioni poco personali ma soprattutto da palinsesti, programmi e reti che non lasciano spazio ai desideri e agli affetti. Così come manca la compagnia di libri e letture, triturati dalla prevalenza del consumo di tempo.










