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Mario Platero

Miliardi di dollari investiti in infrastrutture e giovanili, introiti record e stadi pieni: l'ambizione e la programmazione per entrare nell'élite del calcio mondiale

Archiviati i mondiali e guardando al futuro del calcio in America, prima di ogni cosa la gratitudine va alla tifoseria, multinazionale, appassionata, determinata, una tifoseria di immigrati che copriva in centinaia di migliaia di persone ognuna delle 48 nazioni che hanno partecipato al torneo. Solo in America poteva esserci questa mobilitazione collettiva pronta a muoversi a ondate da Vancouver a Kansas City, da New York a Mexico City, da Atlanta e Miami a Los Angeles a San Francisco, Dallas, Filadelfia, Guadalajara e altre cinque città riempiendo gli stadi insieme ai cugini arrivati dai paesi d’origine, toccando anche chi in America si interessava poco di calcio.

C’era, in piccolo, la stessa atmosfera che aveva appassionato New York con le vittorie dei Knicks. Se in quel caso si unì una città in questi Mondiali si è unita una nazione, di più, un continente, quello nordamericano. Spaccato da Trump nel suo processo di unificazione commerciale e con le ultimissime tariffe contro il Canada, lo sport si è dimostrato più forte della politica: non c’erano confini quando si doveva giocare al pallone, non c’erano diffidenze verso gli immigrati, anche perché gli americani argentini sono 400 mila, i paraguayani, i più piccoli in termini di rappresentanza in America, sono comunque 30 mila, i brasiliani un milione, i marocchini 150 mila, gli egiziani 500 mila.