Di: Massimiliano Herber, corrispondente RSI negli Stati UnitiNella storia del calcio negli Stati Uniti c’è un prima e un dopo: USA ’94. Steven Goff, allora giovane cronista del Washington Post, si apprestava a raccontare la sua prima Coppa del Mondo, ma il “soccer” era ancora un’anomalia, uno sport per pochi da questa parte dell’Atlantico. “È cambiato moltissimo, spiega al Telegiornale RSI, il livello di competenza di chi lo segue è approfondito: si conoscono le squadre, i club, i giocatori, le tattiche, gli allenatori... Nel 1994 non si conoscevano nemmeno le regole, l’attenzione era concentrata soprattutto sull’evento, sullo spettacolo e sulla festa che si stava svolgendo”. La nazionale USA ai Mondiali del 1994, in primo piano Alexi Lalas, oggi opinionista televisivoRSIL’avventura verso i mondiali di casa, in cui la nazionale guidata da Bora Milutinovic esordì contro la Svizzera, gli Stati Uniti la iniziarono - senza troppe ambizioni - quattro anni prima, a Italia ’90. Erano quarant’anni che l’undici statunitense non si qualificava a una fase finale. Nel 1986, gli USA vennero persino bocciati come organizzatori per sostituire la Colombia. Il “soccer” si giochicchiava soltanto sulle ceneri lasciate dall’era NASL, il primo calcio professionistico negli USA: i New York Cosmos... Pelé, Beckenbauer, Chinaglia... sport-spettacolo, marketing ma senza radici sportive ed economiche. Una locandina che celebra l’era dei New York CosmosCosmosIl Mondiale del 1994 coincide con la rinascita di un movimento calcistico e l’inizio della MLS - un campionato professionistico - che lentamente hanno ricostruito una base. I successi della Nazionale femminile (4 volte campione del mondo su 9 partecipazioni!) hanno poi contagiato nuove generazioni di calciatori e appassionati. Prima di quel mondiale, negli Stati Uniti giocavano a “soccer” in 4 milioni, oggi si stima siano 24, tra calciatori e le calciatrici. Foto aerea dei campi da calcio delle squadre giovanili di San Diego (i San Diego Nomads)RSIAlla vigilia della Coppa del Mondo 2026 organizzata da Stati Uniti, Canada e Messico, per le strade e nei media americani non si coglie una grande attesa, ma Steven Goff sottolinea due differenze “È cambiata la società, nel 1994 se un evento globale si teneva nel tuo Paese la gente si entusiasmava, oggi succedono tutti i giorni un sacco di cose diverse. La gente è più distratta dalle finali NBA!”. E poi... “ammettiamolo, non siamo così appassionati di calcio come Inghilterra, Brasile o Francia, ma al momento opportuno il tifo e l’interesse prenderanno il sopravvento”.Steven Goff, giornalista Yahoo SportsRSINel campionato americano hanno giocato David Beckham e ora Lionel Messi. È l’arrivo di giocatori di questo calibro ad aver fatto cambiare lo sguardo dei tifosi americani? Steven ritiene sia soprattutto l’accessibilità: “Oggi, in America, basta prendere il telefonino e puoi guardare tutte le partite della Premier League, poi la Bundesliga. E poi la Serie A. Nel 1994, sorride, il calcio non si vedeva. Mai! Lo trasmettevano su qualche canale via cavo alle due di notte”.Gli americani capiscono più di calcio perché lo praticano e lo guardano di più. I tifosi che vivono negli Stati Uniti possono addirittura vantare un primato, sottolinea Goff: “nelle ultime Coppe del Mondo, i tifosi più numerosi che sono andate a vederle - in Russia, in Qatar e in Sudafrica - sono stati gli americani. Questo non significa che tifino per la nazionale statunitense, ma sono comunque americani!”. Nel 2018 in Russia, ad esempio, gli statunitensi non si qualificarono, ma furono moltissimi quelli di origine peruviana che fecero la trasferta per vedere la Nazionale d’origine che non partecipava alla Coppa del Mondo dal 1982.Un fermo immagine di una pubblicità dei MondialiRSIAnche sportivamente la Coppa del Mondo 2026 sarà un test per il calcio “Made in USA”: “È fantastico dare sempre il 100%. spiega Goff. È bello avere giocatori al Milan, alla Juventus, al Fulham e all’Atlético Madrid. È fantastico. Ma come nazionale bisogna vincere sul campo”.La pubblicità della rete televisiva americana che ha i diritti di diffusione della Coppa del Mondo FIFA riecheggia all’incredibile successo della Nazionale di hockey a Lake Placid 1980, “Miracle on Ice”... Steven Goff crede al miracolo calcistico? “Credo nei miracoli sportivi, dice, ma penso che per gli Stati Uniti vincere una Coppa del Mondo sarebbe ben più di un miracolo. Sarebbe come se si verificassero dieci miracoli tutti insieme”, sorride ma poi si fa serio: “Il calcio negli USA è un percorso ancora in corso. Siamo tutt’ora indietro di decenni rispetto all’Europa, al Sudamerica e a gran parte del resto del mondo. Ma stiamo crescendo, colmando il divario, e credo che questo Mondiale contribuirà ad accelerarne lo sviluppo. Poi, chiosa, come sempre nello sport, la visibilità e la crescita passano dalla vittoria”.
Il soccer cerca il suo posto nel cuore d’America - RSI
Dal 1994 a oggi il calcio USA è cresciuto: da 4 a 24 milioni di praticanti. La Coppa del Mondo 2026 sarà un test cruciale per il movimento. Scopri l'evoluzione.











