Hanno preferito temporeggiare, non esporsi. Ma sulla questione della grazia al gioielliere Mario Roggero, così come sull’ipotesi di estendere la legittima difesa, serpeggia dentro Forza Italia un certo disappunto. Soprattutto nella componente più vicina a Marina Berlusconi. Conscia del fatto che le storiche battaglie a difesa dello stato di diritto mal si concilino con la rincorsa a Vannacci. Ieri sul punto si è espresso lo stesso Antonio Tajani, che ha optato per una specie di via di mezzo, accodandosi però alle richieste avanzate da Lega e FdI per far partire una raccolta firme a livello parlamentare per chiedere l’istituto della grazia. Roggero “per noi ha sbagliato. Ha commesso un reato, è colpevole. E’ andato oltre la legittima difesa, e non abbiamo nulla da contestare alla magistratura che ha giudicato. Non attacchiamo la sentenza”, ha detto il vicepremier al Corriere. E però “saremmo favorevoli a un atto di clemenza”, ha aggiunto. “Perché c’è stata una reazione sproporzionata, non lucida sicuramente, di una persona che però non è un malvivente abituale, che si è mosso per rabbia, paura, disperazione”. Sulla revisione della legge per la legittima difesa, estendendo le garanzie di chi si difende e annunciata da una pdl presentata dal leghista Claudio Borghi e condivisa dai vannacciani, però, Forza Italia ha preso le distanze. Con lo stesso Tajani a dire che “noi non chiediamo che venga modificata la legge sulla legittima difesa, che mi sembra adeguata per come è scritta”. E contestuale uscita sui giornali del viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto e del capogruppo alla Camera Enrico Costa, che hanno subito rispedito al mittente i propositi. In realtà anche su questo i forzisti hanno cercato di trovare una mediazione, con la capogruppo al Senato Stefania Craxi e il capogruppo in commissione Giustizia Pierantonio Zanettin che hanno annunciato la disponibilità a votare “un emendamento che escluda totalmente il risarcimento a favore degli autori di gravi reati come conseguenza dei loro atti. D’altra parte, già nel 2019 avevamo avanzato una proposta emendativa in tal senso in occasione dell’ultima riforma della legittima difesa. Saremmo disponibili a votare questa modifica già nel corso dell’esame del dl Giustizia e immigrazione pendente al Senato”. Una modifica che però da Lega e FdI giudicano insufficiente. Anche perché poco efficace nel pararsi dalla campagna imbastita sul tema da Vannacci (ancora ieri il deputato Rossano Sasso è tornato ad attaccare il centrodestra rivendicando di essere “la vera destra”).Come abbiamo raccontato sul Foglio, proprio nelle pieghe del decreto Giustizia e immigrazione, su spinta soprattutto dei “non tajanei”, Forza Italia ha minacciato di non votare un emendamento di FdI che vorrebbe reintrodurre le intercettazioni “a strascico” su richiesta del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. E anche questo fronte inquieta Meloni, preoccupata dalla tenuta del gruppo azzurro. La premier, del resto, già dallo scorso anno temeva che il controllo dei gruppi parlamentari di maggioranza potesse sfaldarsi. E dopo la sconfitta in Aula sulle preferenze non si fida più delle semplici promesse.A proposito di legge elettorale, poi, sempre ieri Tajani ha fatto capire quale possa essere l’andazzo: dire no a qualsivoglia forzatura. Perché “noi di FI abbiamo approvato un testo, quello alla fine votato dalla Camera, che non prevedeva preferenze. Per noi non sono un punto centrale”. Anche su questo il vicepremier, che si era molto speso in prima persona perché le preferenze passassero alla Camera, agisce sotto il peso di crescenti pressioni da parte della componente vicina a Marina B. Che le preferenze non ha intenzione di votarle nemmeno al Senato (a proposito: al posto di Cannizzaro, neo sindaco di Reggio Calabria, la famiglia vorrebbe candidare alle suppletive il legale di Fininvest e tesoriere del partito, Fabio Roscioli). Una posa completamente opposta a quella di FdI, che vorrebbe la discussione del testo a Palazzo Madama nei tempi più brevi possibili (oggi comincia l’iter in commissione Affari costituzionali). Si capisce allora perché dalla legittima difesa al più generale dossier giustizia, passando per la legge elettorale, una FI che si distanzia dal governo è più di un grattacapo per Meloni.