Sotto l’ombrellone della pausa estiva, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni attraversa una fase di marcata fragilità politica.
A Palazzo Chigi si lavora per rinviare il confronto vero all’autunno, nel tentativo di disinnescare due ordigni capaci di incrinare gli equilibri della maggioranza: la riforma della legge elettorale e le nuove regole sulle intercettazioni.
In questo tempo sospeso, l’obiettivo è impedire che i due dossier si saldino, trasformandosi in un’unica, pericolosa crisi che potrebbe mettere a rischio il rapporto tra la premier e gli alleati, in particolare Forza Italia.
Il primo fronte aperto riguarda il sistema di voto. Concepite per rafforzare la governabilità con un impianto proporzionale corretto da un premio di maggioranza (70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi supera il 42%), le modifiche hanno finito per esporre tutte le crepe della coalizione.
Il nodo cruciale è l’introduzione delle preferenze: a Montecitorio, un emendamento sostenuto da Fratelli d’Italia è stato bocciato per un solo voto (188 a 187), certificando che la premier non dispone, su questo terreno, di una maggioranza coesa e automatica.










