Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiL’inchiesta che ha coinvolto Bari e Napoli e l’acquisto della Reggina da parte di Claudio Lotito hanno riacceso i riflettori sul modello delle multiproprietà. Un sistema che porta con sé una domanda difficile da evitare: possono davvero due club con lo stesso proprietario essere messi sullo stesso piano? È proprio quella sorta di subalternità che spesso si crea tra le società a suscitare le maggiori resistenze, soprattutto tra tifoserie poco disposte ad accettare che la propria squadra possa diventare la seconda scelta. E anche le istituzioni sportive guardano con diffidenza al fenomeno, avendo introdotto nel tempo vincoli sempre più stringenti. In Italia, almeno sulla carta, alle multiproprietà si dirà definitivamente addio nel 2028, quando scadrà la proroga concessa alle situazioni già esistenti al momento dell'approvazione del divieto. Anche se le pressioni per cambiare le regole non mancano.

Le regole italiane

Il divieto generale di multiproprietà nel calcio professionistico italiano è stato introdotto dalla Figc alla fine del 2021, con il comunicato ufficiale 88/A. Attraverso una modifica dell'articolo 16 bis delle Noif (Norme organizzative interne della Figc), è stato stabilito che «non sono ammesse partecipazioni, gestioni o situazioni di controllo, in via diretta o indiretta, in più società del settore professionistico da parte del medesimo soggetto, del suo coniuge o del suo parente ed affine entro il quarto grado». Sul punto è necessario un chiarimento: il divieto scatta quando entrambe le società partecipano a campionati professionistici. Per questo Lotito ha potuto acquistare la Reggina, che attualmente milita in Serie D. In caso di promozione in Serie C, però, l'attuale assetto diventerebbe incompatibile con le norme federali e, salvo modifiche al regolamento, Lotito sarebbe costretto a cedere una delle due società.