Finiti i Mondiali, il dibattito calcistico è tornato a concentrarsi sulla singola cosa che più accende la fantasia e l’interesse dei tifosi, il calciomercato. Durante la campagna acquisti i toni sono sempre esasperati, ogni trattativa sembra destinata a cambiare il destino di una stagione, forse la traiettoria di un club. Poi la realtà del mercato dice che certe spese non sono alla portata e si torna nell’antro della rassegnazione. Basta scrollare le notizie degli ultimi giorni per ritrovarsi in una cappa di fatalismo. La Roma ha corteggiato a lungo Crysencio Summerville del West Ham, mettendo sul tavolo 46 milioni di euro, poi ha dovuto fare marcia indietro davanti ai settanta milioni proposti dall’Al Hilal. Il Galatasaray vorrebbe convincere Bremer e Rafael Leão a trasferirsi in Turchia con ingaggi che Juventus e Milan non possono permettersi. E ovviamente è la stessa estate in cui l’Inter aveva individuato in Marco Palestra il sostituto di Denzel Dumfries, e ha dovuto rinunciare perché il Chelsea gli ha offerto uno stipendio doppio rispetto a quello proposto dai nerazzurri.
Il Corriere dello Sport ha sintetizzato questa condizione di subalternità con una prima pagina piena di volti che forse non vedremo più in Serie A e un editoriale nefasto: «Siamo i nuovi poveri». È la fotografia di un campionato che fatica sempre più a competere sul mercato. Perché mentre qui si fanno i conti con trattative costruite su prestiti, obblighi di riscatto e formule creative per dilazionare i pagamenti, altrove c’è chi non ha nemmeno la seccatura di dover contare i soldi.








