Nella partita plurisecolare tra la comunità carrarese e le imprese del marmo, queste ultime hanno deciso di scoprire le carte: in gioco non ci sono più soltanto la filiera, il contingente di marmo escavabile, i beni estimati o la pianificazione territoriale. Ora la posta in gioco è la proprietà stessa, addirittura quella degli stessi agri marmiferi comunali. Vedremo che carte hanno in mano e, soprattutto, vedremo se chi siede al tavolo da gioco vorrà e saprà giocare la sua partita a favore del bene comune e dell’interesse generale.

Il riconoscimento di un diritto di enfiteusi comporta per il titolare ampi poteri: oltre al diritto di utilizzare il fondo, percepirne i frutti e sfruttarne il sottosuolo perpetuamente, potrebbe dargli la possibilità di reclamare la proprietà stessa del fondo, liberandosi dal vincolo del canone. Una vera e completa espropriazione della collettività carrarina a favore di pochissimi privati.

Sarebbe troppo lungo riassumere qui la storia di tre secoli: le vicende degli ultimi trent’anni ci consentono però di fare un parziale bilancio e capire qualcosa di più.

Il regolamento del 1994 (amministrazione Fazzi Contigli) e le relative sentenze, fino a quella della corte costituzionale, hanno impedito per oltre trent’anni di portare avanti il disegno di privatizzazione che le imprese del marmo perseguono da ben tre secoli. Senza quelle norme e quella sentenza, veri e propri capisaldi della proprietà pubblica e dell’interesse collettivo, il disegno di privatizzazione avviato nel ‘94 con il sostegno del governo Berlusconi avrebbe avuto davanti a sé estese praterie.