Eravamo potenti. E anche onnipotenti. Forti di una rete internazionale e di una visione. C'erano l'ecologismo radicale, lo stesso che aveva già compreso tutto sull'orlo dell'apocalisse verso cui stavamo correndo, il sindacalismo (soprattutto di base), i femminismi, i comunismi, i socialismi, gli anarchismi, i cristiani del dissenso, i movimenti indigeni, i comunitaristi, le lotte per la casa, per il reddito, per un'altra idea di società. C’era la capacità di fare l’informazione, non di subirla. C’era Radio Gap e ognuno poteva diventare punto di replicazione di contro informazione. Eravamo potenti perché ci sentivamo parte di un'umanità sotto attacco del neoliberismo. Il neoliberismo, il capitalismo divenuto progetto predatorio e necropolitico, stava mettendo a rischio le condizioni stesse della vita e della democrazia. Andava sconfitto, superato, occorreva una sovversione sociale diffusa, internazionale.
Eravamo anche ingenui. Perché quando dichiari guerra al capitale e ai poteri esecutivi, tra questi gli otto potenti della terra, devi aspettarti una risposta. E quella risposta, inevitabilmente e storicamente, è reazionaria, antidemocratica, para-golpista. È quello che accadde nei giorni di Genova. Penso sia necessario uscire da una forma di reducismo vittimistico. A Genova non c'erano migliaia di vittime sacrificate inconsapevolmente all'ingiustizia. C'erano generazioni diverse che avevano compreso, certo con livelli differenti di consapevolezza, la direzione verso cui il capitalismo stava trascinando il pianeta e sostenevano la necessità di un'offensiva globale per rovesciarlo. La ricchezza eterodossa, mutevole e multitudinaria delle piazze e dei Forum Sociali rappresentava già un'altra idea di società.











