di

Walter Riolfi

Dopo l’ennesima escalation della guerra in Iran, il barile è tornato sopra i 90 dollari e i conti degli analisti sulla tenuta dei profitti vacillano. Ma il 48% dei gestori non vede alcuna bolla speculativa

Tutto da rifare. La guerra all’Iran è ripresa, lo stretto di Hormuz è di fatto chiuso, il petrolio è andato oltre i 90 dollari, com’era un mese fa, e quello del gas europeo TTF è risalito a 55 euro, il massimo dal 26 marzo. Il rendimento del Treasury americano è aumentato di almeno 20 centesimi e, al 4,6%, è tornato quasi al picco di maggio, e quelli dei titoli di stato europei sono risaliti di 30 centesimi, anch’essi ai livelli del 19 maggio. Vanificate tutte le speranze di una ripresa economica e di un’inflazione in ribasso, si direbbe. Invece no. Wall Street neanche si cura del clima che s’è incupito e, dal 6 luglio, quando s’è percepito che le ostilità tra Usa e Iran erano in ripresa, Nasdaq e S&P mostrano un piccolo rialzo e i Magnifici 7, in grande sofferenza per tutto il mese di giugno, rialzano la testa salendo del 4%. Dopo aver toccato nuovi record, calano invece le borse europee, seppure di un non drammatico 2% per l’indice Stoxx 50. E si capisce il motivo: l’Europa è più dipendente dal gas e il TTF è cresciuto del 33% dal minimo relativo del 26 giugno, ben più del Brent (+19%). E potrebbe crescere ulteriormente, dice Goldman Sachs, poiché le riserve «sono molto basse» e urge riportarle a livelli adeguati prima dell’inverno. Il prezzo del gas europeo è rincarato del 100% da inizio anno, assai più del Brent (40%).