È un ritornello che si ripete da anni: gli italiani tengono troppa liquidità sui conti correnti, oltre 1.600 miliardi, e dovrebbero investire di più. Un’affermazione che dà quasi per scontato che chi resta liquido non sappia come investire o abbia semplicemente paura dei mercati. Ma non è detto sia sempre così.

Tenere i soldi parcheggiati non significa seguire una strategia di investimento fallimentare. Può anche far parte di una pianificazione patrimoniale che preveda una componente destinata ad affrontare gli imprevisti, finanziare progetti imminenti, cogliere opportunità quando si presentano e, in una fase di mercati incerti, ridurre il rischio complessivo del portafoglio.

In molti casi, quindi, può essere una scelta consapevole, non una rinuncia a investire. Peccato, però, che questa scelta non sempre venga adeguatamente remunerata, soprattutto da quando abbiamo vissuto l’era dei tassi a zero.Quando la Bce ha iniziato ad alzare il costo del denaro, milioni di correntisti hanno continuato a detenere liquidità su conti, spuntando rendimenti ridotti ai minimi termini. L’aumento dei tassi si è infatti riflesso rapidamente sul costo dei mutui e dei prestiti e non sulla remunerazione dei depositi. Le alternative per gestire la liquidità in modo più efficiente, tuttavia, non mancano: conti deposito, Etf e fondi monetari, BoT e altri titoli di Stato a breve termine. Soluzioni (descritte nel servizio di copertina) che perseguono lo stesso obiettivo, ma che si differenziano per grado di rischio, liquidabilità, fiscalità, costi e modalità di utilizzo.