di
Chiara Barison
Gli Stati Uniti non contavano vittime da mesi. Il bivio del presidente: mandare altri soldati e «finire il lavoro» come Bush nel 2007 o fermare la guerra con l'Iran?
Sale a diciassette il bilancio dei soldati statunitensi morti nel conflitto contro l’Iran. Sono bastati poco più di quattro mesi per vedere che — dalla morte dell’ayatollah Khamenei — il conflitto tra Washington e Teheran ha superato la dimensione degli attacchi mirati per allargarsi in una nuova escalation militare. Le ultime vittime sono in Giordania dove due militari sono rimasti uccisi (un terzo risulta disperso, ma sono stati individuati dei resti in via di identificazione). E in Iraq, dove un soldato è morto tentando di far brillare un ordigno iraniano inesploso. Era da marzo che gli Stati Uniti non subivano perdite. Nei mesi prima altri sei soldati erano morti in Kuwait, altri tra Iraq e Arabia Saudita.
Queste diciassette vittime non hanno solo un peso umano, ma anche politico. È intorno alla loro scomparsa che potrebbero plasmarsi le prossime mosse dell’amministrazione americana in Medio Oriente. Trump deve fare i conti con due forze ai poli opposti. Da una parte i «falchi», refrattari a ogni segno di debolezza. Per loro c’è solo una via, annientare il nemico. E qui si manifesta lo spettro del troop surge voluto da Bush nel 2007: altri 20 mila soldati spediti in Iraq per «finire il lavoro». Per capire la parte opposta basta ascoltare lo slogan che ripetono fino allo sfinimento, «America first!».














