Dopo la morte di tre soldati statunitensi negli attacchi iraniani contro i paesi della regione, una soluzione diplomatica tra Washington e Teheran è sempre più lontana

Se c’erano ancora dubbi, gli eventi del 18 luglio li hanno definitivamente fugati. Una settimana dopo la ripresa degli scontri quotidiani tra Iran e Stati Uniti, due soldati statunitensi sono stati uccisi in Giordania da un attacco missilistico iraniano – i primi dal cessate il fuoco dell’8 aprile – e Teheran ha annunciato la sospensione del protocollo d’intesa firmato con Wash­ington il 17 giugno. Il giorno dopo un altro soldato statunitense è stato ucciso nel nord dell’Iraq. Nessuna delle due parti intende fare marcia indietro né sembra aver detto l’ultima parola sul controllo dello stretto di Hormuz. Questo rende quasi inevitabile un aumento delle tensioni e superflui gli sforzi diplomatici regionali, mentre l’interpretazione dei termini dell’accordo era già oggetto di controversia durante la tregua seguita alla sua firma. La regione si appresta così a un’imminente ripresa dei combattimenti su vasta scala, e perfino alla loro estensione.

Gli Stati Uniti hanno annunciato il 19 luglio di aver sferrato attacchi di rappresaglia per la morte dei soldati, mentre Mojtaba Khamenei ha promesso in un comunicato di infliggere “lezioni indimenticabili” se gli attacchi statunitensi fossero proseguiti nei giorni successivi. Il consigliere militare della nuova guida suprema iraniana, Mohsen Rezai, ha lasciato intendere che la strategia di deterrenza adottata fino a quel momento era giunta al termine e che si stava prendendo in considerazione un’espansione del conflitto, senza fornire ulteriori precisazioni.