L'escalation militare tra Iran e Stati Uniti registra un rallentamento, almeno in apparenza.

Teheran "ha fermato 800 esecuzioni", ha annunciato la Casa Bianca, confermando le dichiarazioni precedenti del regime.

Washington ha chiarito che continuerà a "monitorare la situazione", minacciando "gravi conseguenze se le uccisioni continueranno", ma l'impressione è che il temuto attacco sia per il momento congelato. Come lascia intendere anche la riapertura dello spazio aereo sui cieli della Repubblica Islamica. Anche se il Pentagono ha annunciato lo spostamento della portaerei USS Abraham Lincoln dal Mar Cinese Meridionale verso il Medio Oriente, un viaggio che richiede circa una settimana.

La cautela di Donald Trump, condivisa con i partner arabi, si fonda anche sulla considerazione che un cambio di regime non sia un'opzione semplice. Lo stesso tycoon lo ha fatto intendere, quasi scaricando il figlio dell'ultimo scià Reza Pahlavi. La pressione americana sugli ayatollah resta comunque alta: una nuova serie di sanzioni ha colpito l'alta cerchia, a partire dal capo del consiglio di sicurezza Ali Larijani, accusato di aver "coordinato la repressione" delle proteste.

Dopo oltre due settimane di manifestazioni contro il regime, che hanno provocato migliaia di morti (inclusi un cittadino canadese e un dipendente della Mezzaluna Rossa), Teheran ha iniziato a mostrare segni di un ritorno alla normalità, pur tra le preoccupazioni di un possibile blitz degli americani. Più distese anche le dichiarazioni del regime, che dopo aver promesso "processi rapidi e pubblici" per i "rivoltosi", ha fatto sapere "non c'è alcun piano" di impiccagioni. Sospiro di sollievo soprattutto per il 26enne Erfan Soltani, il primo manifestante a rischiare la forca in questa ondata di proteste.