«Continuate a protestare», «prendete il controllo delle istituzioni», «gli aiuti sono in arrivo». Donald Trump questa volta ha parlato direttamente ai «patrioti iraniani». Poche e semplici righe rilanciate sul social Truth mentre nel Paese mediorientale non si fermano la repressione e la conta dei morti. E lo scenario che si prospetta è quello di un vero bagno di sangue. Una fonte della Cbs ha rivelato che il bilancio dei morti «è compreso tra i 12 mila e i 20 mila». Un numero ritenuto verosimile anche da Iran International, che ha spiegato che le vittime potrebbero essere 12 mila. Più ridotti, ma non meno drammatici, i numeri forniti dalle fonti interne al regime. Quelle del New York Times parlano di circa tremila decessi. Secondo un funzionario che ha parlato a Reuters, i morti sarebbero almeno duemila. L’ong Iran Human Rights, con sede in Norvegia, parla di oltre 730 vittime già accertate. Ma le cifre, al momento, restano ancora aleatorie. E lo stesso Trump ha chiarito di non avere il numero preciso dei morti ma che «anche uno è troppo».
La scelta di campo del presidente degli Stati Uniti appare chiara. E giunge dopo che erano arrivati alcuni timidi segnali di dialogo. Sia Trump che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, avevano detto che erano stati riparti i canali di comunicazioni. Ma, ieri, il capo della Casa Bianca ha chiuso ogni spiraglio di vertice, dicendo di avere annullato qualsiasi incontro con i rappresentanti di Teheran «finché non saranno cessate le uccisioni insensate dei manifestanti». E la tattica di Trump è tornata alla «massima pressione». Il presidente continua a tenere sul tavolo tutte le opzioni per un possibile attacco alla Repubblica islamica (militare, informatico ma anche economico). Il tycoon ieri ha spiegato che entro 24 ore si sarebbe saputo qualcosa di più sulla risposta Usa e ha confermato l’invito ai cittadini americani a lasciare il Paese. E secondo il portale Axios, l’inviato Steve Witkoff avrebbe incontrato segretamente nel fine settimana il principe ereditario iraniano in esilio, Reza Ciro Pahlavi. Una mossa che segna un ulteriore cambio di passo nella politica dell’amministrazione Usa, finora apparsa abbastanza tiepida nei riguardi dell’erede al trono.










