La prospettiva diplomatica, nel panorama infuocato del Golfo trafitto dai missili e droni, è tramontata del tutto. I raid sono ormai diventati un rito notturno di iraniani e statunitensi.
Ieri sono trascorsi sette giorni di guerra aperta e, dopo una settimana tonda, il Comando centrale Usa ha diffuso il medesimo bollettino delle albe precedenti: «Eliminati siti di sorveglianza, infrastrutture logistiche militari, depositi sotterranei di armi e capacità marittime». Le operazioni hanno raggiunto anche ponti e gallerie a Bandar Abbas e Hajiabad, i bombardamenti sono piovuti ad Ahvaz, Darab, Yazd, Omidiyeh e Bushehr.
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Fine della ricerca di pace: «Eravamo in fase di negoziato. Purtroppo sono stati proprio gli americani a compiere queste azioni aggressive, in violazione dei loro stessi impegni» e ora nemmeno più l’Iran rispetterà gli obblighi assunti con il memorandum, ha detto il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi. E le Guardie della rivoluzione hanno rilasciato un messaggio durissimo: «Poiché non esiste alcuna istituzione internazionale che impedisca la brutalità dell’esercito statunitense, non ci resta altra opzione che il comando coranico». I pasdaran hanno diffuso un passo del loro testo sacro: «Chiunque ti attacchi, attaccalo nello stesso modo in cui ti ha attaccato».












