Non racconterò per l’ennesima volta la mia storia, usiamo le nostre energie per continuare a chiedere quello che manca ancora, giustizia». Mark Covell spunta nell’afa del primo pomeriggio davanti alla scuola Diaz, si ferma nei pressi di quella stessa cancellata davanti alla quale il 21 luglio di 25 anni fa fu pestato «come una palla da football» – è il suo ricordo – dagli agenti del reparto mobile della polizia impegnati nell’irruzione della “macelleria messicana”, la notte più buia della democrazia. E da lì riflette, dice lui, «più del futuro che del passato».
Allora Covell aveva 33 anni, era arrivato a Genova per seguire il G8 e le manifestazioni del movimento come giornalista freelance del collettivo Indymedia Uk, il pestaggio dei poliziotti lo ridusse in coma e ne segnò per sempre la vita. Oggi ne ha 58, si è sposato con una genovese e vive a Londra, dove lavora come «bike courier» e continua la sua militanza in campo ambientale. «Spero in una riapertura delle indagini sul mio caso, – dice nel giorno del corteo nazionale dell’anniversario – dopo 25 anni porto ancora sul corpo e nella mente le cicatrici di quello che è successo allora, e la rabbia per il fatto che i poliziotti che mi hanno fatto finire in coma abbiano fatto carriera invece che essere puniti mi spinge a lottare ancora». Ma insieme, prova a rilanciare: «I ragazzi di oggi sono la nuova rivoluzione».











