C’è un momento, ogni notte, in cui cediamo. Il cervello rallenta, i muscoli si rilassano, la coscienza si sfilaccia. Per secoli questo momento è stato semplicemente la fine del giorno — qualcosa di inevitabile, animale, collettivo. Poi, lentamente, è diventato altro: un problema da risolvere, un dato da raccogliere, una performance da ottimizzare. E la stanza in cui avviene questa resa ha cambiato forma insieme al significato che le attribuiamo. “Studiare la camera da letto significa indagare la storia dell’identità umana, perché la mutazione dell’una è legata alle evoluzioni dell’altra”, spiega Imma Forino, docente di architettura al Politecnico di Milano. Insieme alla collega filosofa Simona Chiodo, Forino ha contribuito al volume Sleep and Its Meanings, pubblicato dal Mit Press e curato dalla critica letteraria Diletta De Cristofaro: un libro che prende il sonno, nella sua prospettiva storica, come specchio per leggere il presente. “Nell’Europa medievale dormire era un fatto collettivo. I letti erano enormi, ci si stipava in più persone: parenti, servi, ospiti, talvolta animali. La privacy notturna non esisteva e, per quanto riccamente drappeggiati, esprimevano l’identità del nucleo familiare, erano il luogo dove si nasceva e si moriva in compagnia degli altri”, spiega Forino. “È con il Rinascimento che il letto diventa più individuale. Ma è più tardi, nel 700, con Luigi XIV che raggiunge la sua apoteosi paradossale: un oggetto di potere assoluto che non serve affatto al sonno. Il sovrano non vi dorme nemmeno, lo usa solo come fondale per il cerimoniale del vestirsi e svestirsi: il lever du roi era un rito politico a cui assisteva la corte intera. Diventa teatro, non rifugio”.
Certe notti. Perché il sonno, e la sua mancanza, rivelano molto di noi
Dal Medioevo alle app del buon dormire. Da nido collettivo a oggetto di potere: in un saggio il ruolo del letto nella storia, specchio di bisogni e paure della…









