«Perché scrivo?». Domanda da un milione di dollari. Qualche autore la evita, per altri è un tormentone. Quando a Miriam Toews è stato chiesto di spiegarlo in un testo per un convegno a Città del Messico, si è trasformato in un momento di confessione totale, non solo sulla sua ispirazione artistica, ma sulle connessioni con la vita, la morte, gli affetti. Nonostante il risultato sia stato respinto dal Direttore, da lì è nato questo memoir, Una tregua che non è pace (Einaudi): un labirinto di meditazioni mescolate ad aneddoti dallo humour travolgente.
Una tregua che non è pace, il memoir di Miriam Towes sul legame tra scrittura e vita
Molti dei temi erano già avvolti nella fiction dei suoi romanzi, ma qui sono presi di petto, in prima persona: sincero e drammatico, perché legato agli eventi tragici, il suicidio del padre e poi della sorella maggiore, Marjorie, entrambi in lotta contro la depressione. Proprio loro erano stati i primi a spingerla verso la scrittura, tendendo un filo sottile con il rapporto contrapposto con il silenzio (in cui si rifugiavano per mesi), i suoi sensi di colpa, il dolore e l’accettazione di quel gesto estremo.
Saltando dal comico al tragico, srotola frammenti di ricordi, dalla puzzola malata che torna continuamente sotto casa, all’immaginario museo dove intrappolare i venti, dall’ironia eroica di sua madre a un ex marito che reclama le royalties sui suoi libri fino alle lettere alla sorella in cui racconta le esilaranti avventure di un viaggio in bicicletta in Europa con il suo primo ragazzo.









