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Simona Marchetti

Intervistato da "Vanity Fair" prima della partenza estiva dello spettacolo teatrale "E se domani...", il comico toscano ha spiegato il motivo che lo ha spinto a scrivere il libro "Io sono mio fratello"

L’idea iniziale non era quella di scrivere un libro, ma di buttare giù qualche battuta da dire poi in palcoscenico nello spettacolo “La favola mia” che stava preparando proprio durante il lockdown. «Ma poi mi sono reso conto che non bastava e ho iniziato a scrivere di getto la mia storia», spiega oggi Giorgio Panariello sul motivo che nel 2020 lo ha spinto a dare alle stampe “Io sono mio fratello”, dove ha raccontato appunto la sua storia, ma anche una delle pagine più dolorose della sua vita, la morte del fratello Francesco - detto Franco - scomparso nel 2011 a soli 50 anni. «Raccontare la morte di mio fratello è stato liberatorio. Spero di aver aiutato chi vive la stessa esperienza e aver fatto capire che da queste cose si può uscire», sottolinea il comico toscano nell’intervista a “Vanity Fair” per il nuovo spettacolo teatrale “E se domani….”, ripartito dallo scorso 10 luglio.

Abbandonati dalla madre quando erano ancora bambini, Giorgio venne adottato dalla nonna, mentre Franco finì in collegio e a detta dell’artista sarebbe stata proprio questa mancanza di stabilità affettiva a spingere il fratello verso la droga. L’uomo venne infatti ritrovato senza vita su una panchina di Viareggio la notte del 27 dicembre di quindici anni fa, abbandonato lì quando iniziò a stare male da tre amici che erano a cena con lui, ma il comico ha più volte smentito che la causa del decesso fosse stata un’overdose, parlando invece di ipotermia. «Io sono stato fortunato, lui sfortunatissimo - ammette - . Franchino era un buono, se non avesse incontrato l’eroina sarebbe stato tutto diverso».