Mi rifiuto di assecondare la polemica di giornata sui giornali inglesi, che è: i memoir devono essere veri. Giovedì nelle librerie inglesi è arrivato il libro di Jason Arday, e la Bbc ha intervistato Alexandra Pringle, ex capa di Bloomsbury, chiedendole se sia stato etico pubblicarlo a questo punto.
Ho ascoltato due volte la conversazione su Bbc4, ma non sono riuscita a capire come sia successo che da quella prima domanda siano finite a parlare del fatto che, secondo Pringle, l’autobiografia della Thatcher deve dire la verità, ma un memoir no, quando lei pubblicò il memoir di Bourdain mica controllò che dicesse tutta la verità, Arday non l’ha letto ma le hanno detto che è molto commovente e insomma il pubblico sa che se è memoir è sull’orlo dell’invenzione narrativa.
Il pubblico non sa un cazzo di niente, lo so io e lo sa Pringle, è privo di senso del ridicolo e soprattutto gli piace moltissimo agitarsi su quelle che può fingere siano grandi questioni etiche: noooo, tu nei memoir devi pubblicare la veritàààà – e quindi il dibattito delle indignazioni prospera.
Come se, per esempio, il memoir più venduto dell’anno negli Stati Uniti, “Strangers”, non fosse una sfilza di balle manipolatorie in cui Belle Burden, signora della buona società newyorkese con un patrimonio di decine di milioni di dollari (suo nonno era il capo della Cbs), fa quella che poverina il marito l’ha lasciata e lei ha capito che aveva fatto male a lasciargli tenere conti separati perché lui durante il matrimonio ha fatto carriera e ora è più ricco di lei.








