Romanzo giallo, rosa, fantascientifico, storico, fantasy, distopico, biografia romanzata, autofiction, memoir… Tra tanti generi della narrativa ce n’è uno che non cessa mai di far parlare di sé: è la falsa autobiografia, quella che dopo aver generato stupore e commozione, dopo aver venduto centinaia di migliaia di copie, essere stata tradotta e pubblicata anche all’estero, un bel giorno viene smascherata. Si scopre che lo scrittore, pardon l’inventore, è ricorso al plagio o a gravi manipolazioni. Del resto, siamo assediati da ladri, truffatori, lestofanti: come si può pensare che il mondo dei libri ne sia esente? La forza delle autobiografie sta nel renderci partecipi del destino del narratore. Ci commuoviamo. E nel cum motio, in quel movimento passionale che percorriamo con l’autore mentre ci confessa i suoi guai e i suoi titanici sforzi per uscirne, proviamo sollievo (allora non tocca solo a me!) e per giunta finiamo per sentirci più buoni, grazie alla nostra partecipazione emotiva. Se poi le peripezie del narratore assomigliano anche marginalmente a quelle che viviamo, ne traiamo un insegnamento. Lui ce l’ha fatta e allora forse possiamo farcela anche noi, ci diciamo, la sua situazione era peggiore della nostra. In questi casi, si dice che il libro ispira i lettori.
Scrivere di sé inventando tutto: il lato oscuro della «dittatura dell’io». Autobiografie truffa
Il caso più spettacolare è quello di J. T. LeRoy, che ebbe un successo globale con Ingannevole è il cuore più di ogni cosa: non solo non lo aveva scritto lui (che in verità è una lei), la storia era pure falsa. Il più recente è il caso della scrittrice inglese de Il sentiero del sale, che ha venduto due milioni di copie e ispirato un film con Gillian Anderson. Storie di impostori, best-seller e gogne mediatiche






