Dove ci si rifugia quando si viene strappate dalla terra natia, quando ci si insedia in una terra straniera a novemila chilometri di distanza e persino l’atterraggio è brusco? Caroline Dawson, sociologa e attivista canadese di origine cilena, morta prematuramente due anni fa, lo ha raccontato in Là où je me terre, toccante memoir tradotto da Elena Riva per L’Orma con il titolo Parlavo una lingua di neve (pp. 218, euro 20).
In entrambi i titoli, particolarmente azzeccati ed evocativi, spiccano due elementi ricorrenti nel testo: la terra, presente nel verbo francese terrer («coprire di terra», ma anche «rintanarsi» nella forma riflessiva), e la neve, capace di far scomparire i paesaggi di fronte ai nostri occhi: «mi sono chiesta quand’è che avevo smesso di vedere montagne nella mia testa. In che momento hanno cessato di costituire il limite del mio mondo? Mi sono detta che sono pian piano sfumate con le bufere dei nostri inverni canadesi. Seppellite sotto il peso del freddo quando abbiamo superato la frontiera. Quando siamo arrivati a Montréal. Quando ho imparato il francese».
NEL MAGNIFICO PROLOGO sono proprio le montagne, ovvero la Cordigliera delle Ande, a invitare la piccola Caroline a lanciarsi, a farla finita, invece di trasferirsi in Canada, insieme ai genitori e ai fratelli, per fuggire dagli orrori di Pinochet: «Cogli l’attimo e salta. Così potrai portarti dentro per sempre la vita, quella che ami. La inghiottirai, e lei dimorerà all’infinito in te mentre tu ritornerai alla terra».







