L’esistenza di Marissa viene travolta in due momenti diversi: quando, nel 2004, fa esperienza dello tsunami thailandese e quando, nel 2012, si trova a New York durante l’uragano Sandy. Nel primo caso è una ragazzina che non può immaginare cosa le stia per capitare, nel secondo caso invece è una giovane donna che sa.

Si intitola Vita sommersa il romanzo di Tara Menon (Feltrinelli Gramma, pp. 208, euro 18, trad. Clara Nubile), un esordio attualmente in traduzione in 34 paesi. Nata in India e cresciuta a Singapore, Menon è docente ad Harvard. Ama e insegna la letteratura inglese dell’Ottocento e dice di tornare più spesso a scrittori e scrittrici di cui parla in aula, per esempio Jane Austen, Mary Shelley, Charlotte Brontë, ma anche Charles Dickens, George Eliot, Thomas Hardy. La protagonista di Vita sommersa legge invece Virginia Woolf, perché nel suo Le onde trova quella consonanza pensosa con cui interroga il mondo.

Il suo romanzo è diviso in due parti, intrecciate e implicate. Due luoghi e due giorni precisi, ma anche due fasi differenti della crescita di Marissa.

Per me era importante che le due metà del romanzo avessero toni differenti, quasi contrastanti. Volevo che i capitoli ambientati sulle spiagge incontaminate della Thailandia nel 2004 risultassero luminosi e belli, mentre quelli in cui Marissa, devastata dal lutto, vaga per le strade di New York nel 2012 fossero oscuri e pesanti. Giorno e notte, alba e crepuscolo, in senso letterale ma anche simbolico. Un’altra ragione per dividere il libro in questo modo era permettere che i due eventi spettacolari e catastrofici – lo tsunami e l’uragano – arrivassero entrambi alla fine. Poiché nessuno dei due è una sorpresa – sappiamo molto presto che stanno arrivando – incombono per tutto il romanzo.