È giusto invitare in tv personaggi come Giuseppe Barboni, il militante di Futuro Nazionale che ha picchiato un migrante per strada? La risposta non riguarda la censura, ma il senso di responsabilità. L’universo mediale non è un tribunale né una piazza qualsiasi: è una macchina di legittimazione. Chi viene accolto acquisisce uno statuto pubblico, diventa personaggio.
Il rischio è che la cronaca si trasformi in casting. Non importa ciò che si è fatto, ma quanto si riesca a polarizzare. L’indignazione produce audience, nuove ospitate e reel per i social, trasformando un episodio in una carriera mediatica e poi anche politica. Sarà così anche per il caso di Mario Roggero? È un meccanismo che i media conoscono benissimo: prima raccontano il fenomeno, poi finiscono per alimentarlo. Si chiama «effetto valanga»: un fatto non dipende più dalla sua importanza oggettiva, ma dalla quantità di attenzione che riceve diventando slogan e frammento, deprivati di ogni contesto.Barboni è una notizia. Ma se viene invitato per interpretare il ruolo del giustiziere, «della tolleranza zero», il racconto cambia natura. Non è più informazione, è fiction. I mezzi di comunicazione tendono a consacrare ciò che selezionano. Non ospitano un personaggio perché è importante; quel personaggio diventa importante perché continua a essere ospitato.









